“Quasi sfiora il cielo / col suo punto più alto. / Dal suo ventre di roccia / nascono case e cortili / nelle quattro direzioni”.

Allorché si giunge al cospetto del Duomo, certamente non si tratta del primo incontro, dato che ampi scorci di esso s’intravedono da ogni angolo del centro storico, da ogni strada d’accesso al paese, come a volere evidenziare la protezione della Madonna che si venera tra le sue mura: cosa affatto normale, del resto, sorgendo la  costruzione sulla cima del monte Mira, in cui nel 1163 fu fondata Piazza. Svanito l’iniziale stupore per la vista generale, la curiosità si rivolge istintivamente alla cupola, solenne sia per forma che per altezza; ma è poi con  emozione che si contempla la bellezza dell’intero edificio,  la cui fabbrica iniziò  nel 1604 nello stesso luogo dove si trovava la trecentesca chiesa di Santa Maria Maggiore, rimaneggiata a più riprese nei secoli successivi.

Al centro dell’altare maggiore, esemplare saggio di stile neoclassico dal raffinato gioco di marmi e pietre dure, si trova un’artistica custodia d’argento, cesellata a mano nel 1627 dall’argentiere Giuseppe Capra. Al suo interno è custodito il dipinto di Maria Santissima delle Vittorie, patrona della città, che la tradizione identifica con il vessillo ritrovato nella chiesetta del borgo di Piazza Vecchia al tempo dell’epidemia di peste del 1348, epoca grandiosa di sconvolgimenti e di amaro destino, quando la scena fu a lungo occupata dal lugubre suono della falce mietitrice della morte. Il vessillo, vero capolavoro di arte bizantina, era stato un’insegna che aveva ispirato ai Lombardi e ai Normanni le più grandi e appassionate speranze. Alla fine i cristiani venuti dal Nord avevano superato la prova: erano sopravvissuti alla guerra, erano riusciti a organizzarsi e a sconfiggere definitivamente i Saraceni. Uomini attivi ed energici, prima sottomessi, ebbero l’occasione di esprimere il loro valore. Ma la leggendaria immagine, per i protagonisti, non era soltanto una semplice raffigurazione: la delicata soavità del volto, quel movimento dolce e affettuoso del collo, lo sguardo luminoso e serafico, incurvato sopra una bocca dolorosa, tutto questo andava ben oltre i colori, le forme, le linee del quadro, per assumere significati più profondi legati alla sfera dei sogni e dei presentimenti, tanto che ognuno, a rimirarla,  si sentiva  stringere il cuore.

Testo tratto da: BEVILACQUA P., Di questa antica terra, Il Lunario, Enna 2008, pp. 160.

Foto: Giuseppe Di Vita